Tomas Milian: da Visconti a Bombolo

104ea95cc04c6d95fa6f3749b3af9a38Tomas Milian è morto ieri a Miami, a 84 anni. Viveva negli Usa da tempo e, dopo la morte della moglie nel 2012, lascia il figlio Tommaso, che vive a New York. L’amica Monica Cattaneo ha raccontato che l’attore avrebbe voluto trasferirsi a Roma, per trascorrervi gli ultimi anni della propria vita.

«Io non ho un talento, io sono un malato. Sono uno stronzo che crede agli asini che volano». In gioventù Milian assiste alla tremenda morte del padre, ex generale del regime di Machado, che si suicida sparandosi un colpo di pistola sotto i suoi occhi. Di famiglia appartenente alla ricca borghesia cubana, che avrebbe voluto seguisse la carriera militare, asseconda invece la vena artistica e si trasferisce a New York, con «5 dollari in tasca», per studiare all’Actors Studio. Arriva in Italia, a Spoleto, per una pantomima diretta da Zeffirelli. Lo nota Mauro Bolognini, che gli propone la parte da protagonista ne La Notte Brava (1959).

Prima dell’esplosione come icona del cinema italiano di serie b, numerosissimi lavori con registi di spicco come Lattuada, Pasolini e Visconti. Poi i ruoli che lo rendono noto al grande pubblico: il commissario Nico Giraldi e il grottesco ladruncolo romano Er Monnezza. Negli anni ’70 stringe sodalizi importanti con Umberto Lenzi, che con Il Trucido E Lo Sbirro (1976) lo consacra ad icona del poliziottesco, ma anche con Bruno Corbucci, Sergio Martino e Sergio Sollima, con i quali si cimenta pure nello spaghetti-western. Per Lucio Fulci interpreta la parte di un reporter di cronaca nera, nel capolavoro thriller Non Si Sevizia Un Paperino (1972). Anche quando la carriera prende una netta e forse irreversibile virata verso il cinema di genere, non si fa mancare un ritorno a quello d’autore, facendosi dirigere anche da Bertolucci e Antonioni. Ma il pubblico continua ad amarlo per le interpretazioni più popolari, impreziosite dal doppiaggio di Ferruccio Amendola.

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Il cinema è sfaccettato e complesso. La cinematografia alta e quella bassa possano trovarsi agli antipodi, ma pure, in alcuni rari casi, arrivare ad intrecciarsi e a confondersi. La carriera di un’artista può a volte prendere vie inaspettate, ma alla fine le ragioni del pubblico battono (sempre?) quelle dell’arte. Famosissima la gag che si era creata con Bombolo, il tormentone dello schiaffo, “la pizza”. Come ha avuto modo di raccontare in un’intervista, gliene diede perfino uno al funerale, l’ultimo, sulla sua bara.

LA MANO ASSASSINA (1992) – David Schmoeller

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TRAMA: Il giovane Corey Thorton si dirige in una piccola cittadina della Louisiana per ereditare i possedimenti terreni del padre, che non ha mai conosciuto. Nelle vicinanze della residenza c’è un locale molto trafficato, covo di criminali e prostitute. Nel luogo in tanti praticano la magia nera e Corey tenterà di riportare in vita sua padre.

Un b-movie che non rinuncia allo stile. La storia è abbastanza semplice e magari non eccezionale, ma il film riesce a mantenere un certo contegno, basato su toni inaspettatamente eleganti. Il titolo italiano lascia suggerire vicende molto diverse da quelle cui lo spettatore assisterà. Difatti, la componente horror e thriller non è poi così accentuata come si può pensare in apertura, il che è allo stesso tempo un pregio ed un limite del film, che si perde in qualche lungaggine, nonostante la durata esigua, e in più di un momento non esaltante. Tuttavia, il buon incipit e l’atmosfera del bordello elevano il film su un gradino più alto rispetto allo standard della categoria.

Il protagonista Corey, interpretato dal belloccio ma espressivo Michael Bendetti, si muove circospetto nel “netherworld”, il mondo sotterraneo del locale, caratterizzato da tocchi inquietanti e sinistri, che non dispiacciono e sui quali si sarebbe potuto puntare con più convinzione. Il film però decide di virare in un altro senso, prevedendo risvolti in qualche modo anche sentimentali, che pregiudicano leggermente la riuscita finale. Una regia controllata, la buona fotografia e qualche effetto splatter regalano momenti godibili, in particolare quando ad intervenire è la mano. In realtà, meno assassina di quanto ci si aspetta. Ottima l’ambientazione, con la classica cittadina del sud degli Usa, rozza e retrograda, adatta a storie dai risvolti loschi. Nel mezzo, anche qualche personaggio di contorno interessante (la governante, l’avvocato).

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Da segnalare l’ottima colonna sonora, perfino a tratti fuori contesto, cui viene affidato grande respiro e che finisce in alcuni punti a predominare sul film stesso. Un film che non dispiacerà a chi cerca qualcosa di più concettuale rispetto al classico horror splatter, ma che in ogni caso delude nel secondo tempo e sul finale, poco coinvolgente e non in linea con le premesse iniziali. Comunque si merita senza problemi la sufficienza piena.

TITOLO: The Netherworld

REGIA: David Schmoeller

CON: Michael Bendetti, Denise Gentile, Holly Floria

DURATA: 85 min

ANNO: 1992

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NON AVERE PAURA DELLA ZIA MARTA (1988) – Mario Bianchi

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TRAMA: La zia Marta è mentalmente instabile e viene rinchiusa in manicomio. Sua sorella, madre del piccolo Richard, impone al figlio di tacere sulla questione e poi si toglie la vita. Da adulto, Richard e la sua famiglia si dirigono verso la vecchia casa di campagna, ospiti di zia Marta, ormai assente da 30 anni.

Come per ogni film della collana Lucio Fulci Presenta, lo spettatore è ben conscio di cosa lo aspetta. Nel prologo-flashback la zia Marta appare con lo sguardo assente e le movenze convulse, si dimena a terra e sbatte la testa al muro, mentre scorrono le immagini della famiglia a bordo della Mercedes bianca, che prosegue su una stradina di campagna nelle interminabili scene di avvicinamento della villa. Leggero interesse riscuote Thomas, il custode della dimora di zia Marta. La recitazione traballante degli attori non aiuta una sceneggiatura incerta, che si nutre di finti spaventi e situazioni pericolose, che puntualmente pericolose non sono e che stancano in breve tempo.

Inutile il personaggio di Charles, il figlio maggiore che arriva alla villa solo in un secondo momento, dimostra un atteggiamento molto disinvolto nel maneggiare le armi da fuoco, si becca un cazziatone immeritato dal padre e viene ucciso senza farsi rimpiangere. Al piccolo della famiglia, doppiato con la voce di un ventenne e con la dentatura da roditore, sono affidate le principali scene-plagio del film. La prima quando il bambino inspiegabilmente si sveglia senza senso nel cuore della notte e si dirige in salotto dove trova la tv accesa, per rimandare a Poltergeist. E poi in un momento inutile quando, muovendosi con una bici negli spazi più angusti della villa, richiama pateticamente al Danny di Shining. Per non parlare della riproposizione casereccia della scena della doccia di Psycho. Da segnalare le scritte col sangue sullo specchio, nella forma correttamente ineccepibili.

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Si salvano in parte la colonna sonora fanciullesca”, che strizza l’occhio a Dario Argento e lo splatter spinto ma ingenuo, in un film che vive di momenti morti e scopiazzature malriuscite per buona parte del tempo. Il titolo del film suggerisce ben altro, ma purtroppo la cara zia Marta non ha poi così tanto da incutere paura. Se non fosse per il finale, a patto però di non considerare una scazzottata noiosissima ed un colpo di scena irritante ed inaccettabile per gli irriducibili del buon senso.

TITOLO: Non Avere Paura Della Zia Marta; a.k.a The Murder Secret

REGIA: Mario Bianchi

CON: Gabriele Tinti, Adriana Russo, Maurice Poli

DURATA: 85 min

ANNO: 1988

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THE TOXIC AVENGER (1984) – Lloyd Kaufman e Michael Herz

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TRAMA: A New York lo sviluppo tecnologico ed industriale è notevole, ma a farne le spese è l’ambiente. I livelli di inquinamento, al confine col New Jersey, sono ormai intollerabili. Nella cittadina di Tromaville, Melvin Ferd, umile ragazzo delle pulizie perseguitato dai bulli della palestra in cui lavora, finisce in un bidone di rifiuti radioattivi e diventa il deforme Vendicatore Tossico.

Ideato da Lloyd Kaufman negli anni ’80, il personaggio di Toxic Avenger è diventato il simbolo indiscusso della Troma, la nota casa di produzione indipendente di film low budget, nonché dell’intero mondo del cinema “brutto”. Come gli altri prodotti a marchio Troma, non ci troviamo di fronte ad un film involontariamente riuscito male, ma piuttosto ad un preciso modo di fare cinema, che prevede attori non professionisti dalla recitazione sopra le righe, contenuti bassi, splatter, nudità, violenza, nonsense e momenti comici.

Non ci sono mezze misure e i personaggi sono caratterizzati fino all’eccesso. Tromaville è una città piena di gente malvagia, a partire dagli invasati della palestra: malati per la forma fisica, ma anche per droghe ed alcool e che hanno come svago principale quello di mettere sotto con l’auto neri, ebrei e soprattutto bambini. Il sabato sera però non possono fare troppo tardi, perché la domenica mattina devono andare in chiesa. Il sindaco è obeso e corrotto fino al midollo e non si fa problemi a dare il via libera ad una discarica di rifiuti tossici nelle vicinanze del bacino idrico della città. Tromaville ha un bisogno disperato di un eroe. Lo troverà nell’impacciato Melvin Ferd, vittima di uno scherzo crudele. Dalla vergogna per aver partecipato ad un appuntamento al buio con una capra, fugge dai bulli e si getta dalla finestra, sotto la quale degli autisti poco diligenti, intenti a sniffare generose quantità di coca, lasciano incautamente aperti dei fusti di materiale tossico, in uno dei quali precipita il ragazzo.

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Il film può essere considerata una sorta di parodia del genere supereroistico ma anche, a grandi linee, un tentativo di riflessione sulla tematica ambientale. Per il resto, risulta di sicuro una pellicola kitsch, che mescola la commedia all’horror, con punte drammatiche ma anche siparietti erotici. Cameo per una giovanissima Marisa Tomei. Di rilievo il tema musicale, Notte Sul Monte Calvo di Musorgskij. Spazio anche per la storia tra “Toxie” e Sarah, la ragazza cieca che si innamora del nostro eroe col mocio.

TITOLO: The Toxic Avenger

REGIA: Lloyd Kaufman e Michael Herz

CON: Mitch Cohen, Andree Maranda, Marisa Tomei

DURATA: 87 min, (110 min director’s cut)

ANNO: 1984

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OMICIDIO ALL’ITALIANA (2017) – Maccio Capatonda

53388TRAMA: Acitrullo è un piccolo centro destinato a scomparire: pochi abitanti, età media altissima. In molti decidono di trasferirsi a Campobasso. Il sindaco Piero Peluria le prova tutte per modernizzare il paese, ma invano. Le cose cambiano quando, a seguito della morte di una nota contessa del posto, i media e l’opinione pubblica si interessano morbosamente al caso.

Prima recensione e già palese strappo alle linee guida del blog. Già perché questo non è un b-movie, brutto o trash. Di certo è un’opera peculiare, ma non ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso da un film di Maccio Capatonda, che ritorna a due anni dal debutto cinematografico. Omicidio All’Italiana rappresenta un’evoluzione rispetto a Italiano Medio, sotto più punti di vista. Una regia più solida e convinta, già dalla scena di apertura e che punta tanto sul primo piano, per indagare i volti allucinati dei protagonisti: a partire dai fratelli Peluria, per passare al commissario Fiutozzi e alla cinica Spruzzone. Maccio è riuscito a creare due personaggi protagonisti alquanto iconici, a partire dalla loro caratterizzazione visiva, con la fascia tricolore del sindaco e i vestiti logori e fuori dal tempo. Oltre all’abbondante presenza di peli.

Ciò che convince è l’atmosfera di Acitrullo, desolato paesino abbandonato a se stesso, dove sembra che tutto si sia fermato a quarant’anni prima, imbevuto di inevitabile grottesco. Capatonda attacca media e tv, colpevoli di strumentalizzare il dolore e di alimentare la propensione al macabro degli italiani. A parte una serie di personaggi di contorno che fanno il loro dovere, basti pensare al buon Nino Frassica o alla stessa Ferilli, i veri fuoriclasse rimangono Maccio ed Herbert Ballerina, che reggono da soli tutte le scene migliori, perlopiù collocate nella seconda metà del film. Se tra le lodi c’è da segnalare il solito stile che ha reso famoso il regista abruzzese, dall’altro gli estimatori accaniti non possono non notare una certa riproposizione di temi (il ruolo mistificatorio e plagiante della tv, la mancanza di umanità dei media) già affrontati ampiamente in precedenza, come nella serie tv Mario.

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Per la sua storia, la sconfinata produzione e l’originalità di sempre, Maccio non si discute: si ama. I fan non resteranno delusi dal film, in cui potranno godere, sul finale, di risvolti gustosi. Per gli altri potrebbe presentarsi un film di non facile recezione, ma che comunque merita di essere visto e possibilmente apprezzato, come esempio più unico che raro di commedia italiana “d’autore” oggi in sala. Riuscitissimo il personaggio di Eugenio Normale. Viva San Ceppato!

TITOLO: Omicidio All’Italiana

REGIA: Maccio Capatonda

CON: Maccio Capatonda, Herbert Ballerina, Sabrina Ferilli

DURATA: 99 min

ANNO: 2017

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